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Comunicare attraverso il dialogo

Giornalino

Comunicare attraverso il dialogo


Una mattina come tante e l’abitudine di ascoltare le notizie alla radio prima di uscire di casa e andare al lavoro. Se poi la scelta del notiziario è “Radio24” è probabile che si esca di casa riflettendo su interviste o commenti che stimolano la tua coscienza a prendere posizione su eventi di attualità o su problemi sociali che ci circondano. E così alcuni giorni fa ho ascoltato l’esperienza di una giovane insegnante di scuola superiore, ma poteva anche essere stata di scuola materna o di scuola elementare, e sono ritornato indietro nel tempo quando nella sezione di mia figlia era inserito un bambino, da tutti identificato come un “bambino difficile”, perché quasi ogni giorno con il suo comportamento metteva a dura prova le capacità di tolleranza dei suoi compagni e di tutto il corpo docenti. L’insegnante riferiva che si era preparata ad affrontare i genitori di questo ragazzino “terribile” con l’intenzione di metterli di fronte ad una decisione: o il loro figlio smetteva di disturbare in classe e di dare il cattivo esempio e soprattutto si impegnava a fare i compiti a casa, oppure sarebbe stato inevitabile prendere provvedimenti disciplinari. Ma il giorno del colloquio l’insegnante, si è trovata ad attenderla una signora non più giovane, vestita in modo curato nei particolari, seppure non elegante, con un sorriso aperto sulle labbra, ma con uno sguardo che tradiva una tristezza interiore, anzi una sensazione di delusione e di rassegnazione.
I propositi di rimprovero sulle capacità educative, hanno lasciato spazio in modo inatteso ad un dialogo, e l’insegnante ascolta stupita e la storia che questa mamma le racconta: il padre è assente ed ha lasciato la famiglia in difficoltà economica e soprattutto con il vuoto di una figura maschile di riferimento cui attingere fiducia e sicurezza nelle avversità quotidiane. Entrando come tutte le mattine in terapia intensiva, mentre mi lavo le mani con sapone antisettico controllando all’orologio appeso sopra al lavandino che trascorra un lungo minuto, incrocio lo sguardo con una mamma che pazientemente aspetta il suo turno, per poter avere l’opportunità di toccare il suo bambino in incubatrice, ancora collegato al respiratore perché ancora non è autonomo nel controllo del respiro. E penso a quello che dovrò dirle nel colloquio che abbiamo fissato verso le 12, sperando di essere puntuale e che qualche urgenza non mi trattenga in reparto. Poi mi torna in mente l’intervista all’insegnante di Radio24 ed al dialogo che ha saputo realizzare con quella mamma preoccupata.

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Anche io prima di un colloquio preparo mentalmente una sorta di scaletta in cui elencare ai genitori i problemi dei loro bambini, perché il mio ruolo mi impone di dare quando possibile una risposta ai dubbi sull’evoluzione di condizioni a prognosi riservata. Nonostante gli sforzi di essere chiaro e semplice, mi rendo conto che il linguaggio medico è così tecnico che può tramutarsi in un ostacolo alla comprensione, e comunque la fretta di trasmettere notizie cliniche involontariamente diventa un responso che i genitori attendono, ma che nello stesso tempo temono perché potrebbe infrangere le speranze cui si sono aggrappati negli ultimi giorni. E allora prendo coscienza che la scaletta di informazioni cliniche che mi sono preparato può essere rinviata di qualche minuto, di quel tempo che serve per percepire emozioni e stati d’animo, per ascoltare non solo con la mente e per avviare un dialogo in cui le mie preoccupazioni di medico potranno intrecciarsi con le preoccupazioni dei genitori. Ripercorro nella mia attività di neonatologo le frequenti occasioni in cui le notizie che dovevo comunicare avevano contenuti particolarmente gravi per la salute dei bambini ricoverati in terapia intensiva e ripenso alle violente emozioni che le mie parole possono aver scatenato. Il ruolo medico impone di fornire informazioni corrette e adeguate, ma la medicina non è una scienza esatta, spesso deve basarsi su probabilità o intuizioni, pertanto soprattutto in neonatologia dove il neonato ha potenzialità evolutive ed in terapia intensiva dove le complicanze anche se prevedibili giungono sempre inattese, ogni comunicazione ha margini di incertezza che contribuiscono ad alimentare nei genitori ansia ed insicurezza. Ogni comunicazione ha caratteristiche specifiche e non si esaurisce nella trasmissione di informazioni, ma si riverbera sul vissuto sia di noi medici ed infermiere, che dei genitori. La consapevolezza che la comunicazione è parte integrante dell’attività in neonatologia e che ha importanti ripercussioni nella sfera psicoaffettiva, costituisce un importante mezzo per migliorare la qualità delle cure in medicina.


Il monitor era una scatola grigia, o blu, issata su una base
come la cassa di uno stereo e aveva dei fili che entravano,
insieme e cento altri fili, nelle incubatrici.
Io avevo visto i loro colori più spesso degli occhi di Irene


Da ‘Lo spazio bianco’ di Valeria Parrella
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Bruno Mordini
Neonatologo



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