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Riflessioni giovane medico

Giornalino

Riflessioni di un giovane medico
all'alba del terzo millennio


Nell'Italia del dopoguerra ed ancora più negli ultimi 20-25 anni la figura ed il ruolo dei medico nella società hanno subito un profondo cambiamento.Ricordo cosa significava per me bambina il ricevere la visita a domicilio dei medico di famiglia. Si cercava di mettere tutto in ordine, si pulivano bene i sanitari dei bagno, si mettevano le salviette pulite ed il sapone nuovo. Il malato veniva lavato e lustrato, la camera messa in ordine. "Venga dottore, si accomodi, vuole un caffè?". Si assisteva in si
lenzio con il fiato sospeso e alla fine la parola dei dottore era un raggio di luce che squarciava le tenebre della malattia. In paese c'erano poche autorità riconosciute: il sindaco, il prete ed il dottore e la medicina era una professione che si tramandava spesso di generazione in generazione. Il ricorso all'ospedale era raro, era sinonimo di gravità ed i medici dell'ospedale erano considerati luminari. E' buffo ripensare che, per definizione, il medico ospedaliero era definito "professore".
Ora, nel terzo millennio, il medico è diventato tutt'altro. Ha perso sicuramente quell'alone di sacralità che rivestiva fino a pochi decenni fa, ha perso la fiducia incondizionata ed anche, a volte, un po' di rispetto da parte dei paziente. D'altra parte il "paziente" non si chiama più "paziente" ma l'utente" e questo la dice lunga sul rinnovato rapporto "professionale" anziché umano che sempre più si instaura tra medico ed ammalato.
Il medico è purtroppo considerato da parte dell'opinione pubblica come un rappresentante della non meglio definita "malasanità".
L'utente deve stare sempre con gli occhi aperti per cogliere la negligenza, l'imperizia e l'imprudenza. Perciò si sprecano i consulti con dieci medici su problemi più o meno banali, si moltiplicano i viaggi della speranza e i molto più comodi viaggi su internet dove ormai chiunque può trovare risposte mediche anche ai più improbabili problemi di salute. Sui giornali si parla solo di ciò che non va e mai di ciò che va bene e dei mille e mille perigliosi successi della medicina pubblica contro la malattia e la sofferenza.
Ma allora cosa spinge un giovane a scegliere di diventare medico?
Non certo la "velocità" della carriera. Per diventare medico specialista in qualsiasi branca della medicina occorrono come minimo 10-11 anni: ciò significa che prima dei 30?31 anni non è possibile afferire al mondo del lavoro ed il "precariato" (attività sottopagate, snervanti, in prima linea") può durare diversi anni.


Forse il miraggio di un guadagno sicuro? Per alcune specialità, quelle che aprono le strade della libera professione, è forse un po' vero, ma i successi generalmente arridono al professionista quando a giovarne saranno i figli e quindi ... E' pure abbastanza vero per i medici di libera scelta (dell'adulto e dei bambino) che a fronte di un lavoro certamente pesante e a volte poco stimolante si vedono gratificati da buone retribuzioni e dalla tranquillità di non avere obblighi lavorativi nelle ore notturne, nei giorni festivi ecc. Il medico "ospedaliero" raggiunge il posto di ruolo verso i 35-37 anni ed i suoi guadagni gli garantiscono un tenore di vita discreto anche se per nulla paragonabile con quello ottenibile da altri professionisti (avvocati, ingegneri, ecc). e da medici che, come detto prima, hanno fatto scelte professionali diverse.
Forse la passione per la ricerca che in campo medico è molto stimolante? Per alcuni è certo che è così. Qualcuno sacrifica la propria vita nel tentativo di scoprire qualcosa che possa far fare un passo avanti alla medicina. Ma qui siamo in Italia non negli Stati Uniti e purtroppo la ricerca è per molti versi un atto di volontaria abnegazione e di scarsa soddisfazione.
Mi sono laureata in medicina 10 anni fa e mi capita di voltarmi indietro e di farmi queste domande. Ricordo perché mi iscrissi a medicina tanti anni fa un po' contro il volere dei miei familiari. Lo ricordo bene. C'era in me,come in molti giovani che affrontano una strada così lunga, la voglia di lottare contro la sofferenza, di potere aiutare qualcuno con la propria medicina, l'ambizione e un po' la voglia di "guarire", la soddisfazione di dare "salute".
Per alcuni versi la nostra professione è densa di delusioni, a volte sei costretto a riconoscere che le battaglie si perdono, che in fin dei conti siamo solo esseri umani che fanno un mestiere un po' più delicato degli altri, che sbagliano, che hanno le loro debolezze, i loro giorni storti. Hai voglia di fare, di dare il tuo tempo, le tue energie e poi ti scontri con ostacoli burocratici, amministrativi, con la carenza di fondi, di soldi, di personale, di organizzazione, di collaborazione. A volte penso che se tornassi indietro farei delle altre scelte, un altro mestiere. Quando, così come tutti i miei colleghi, vengo a lavorare di notte, di sabato, di domenica, per Natale, per Capodanno, quando non smonto mai perché voglio vedere quel bimbo stare meglio, quando mi chiamano a casa alle 2 di notte perché c'è da montare su un ambulanza ed andare a prendere un bimbo che sta male in un altro ospedale, quando ogni volta che suona il cicalino della guardia mi batte il cuore e penso che magari tra pochi secondi la vita ed il futuro di un bambino dipenderà da quello che io sarò in grado di fare per lui. Ecco tutte queste volte e molte altre volte che adesso non ricordo penso "rma chi me l'ha fatto fare". E sinceramente non so rispondermi.
Poi succede che incontro una famiglia per strada che mi saluta e rivedo un bambino che alla nascita pesava pochi etti ed adesso zompetta felice correndo e sorridendo. Succede che un papà o una mamma a cui "consegni" il loro bambino che cento volte hanno creduto di perdere ti stringano la mano e ti dicano "grazie". Succede che incontri genitori che di fronte alla morte dei loro bambino ti offrono una dimostrazione di dignità e di compostezza. Succede che ti viene chiesto di fare da madrina al battesimo di una bimba che sta molto male. Succede che riesci a trovare le parole giuste per confortare la paura di una mamma il cui piccolo neonato rischia la vita. Succede, ed ancora succede dopo tanti anni, di commuoversi vedendo l'amore a prima vista di un papà che incontra per la prima volta il suo bimbo appena nato, il sorriso pieno d'amore di una mamma che ha appena partorito.


Qualche mese fa io ed i miei colleghi abbiamo perso una battaglia che ci ha segnato profondamente. Non siamo riusciti a strappare Pietro dalla malattia gravissima che l'aveva colpito e se ne è andato in poche ore, senza che nemmeno ci fosse il tempo per abituarsi all'idea che nel 2002 un bimbo di 4 mesi possa morire in poche ore e scivolarti tra le mani senza che tu riesca ad afferrarlo. Il dolore, spaventosamente grande ma composto, dei suoi genitori ci è entrato nelle ossa senza che nessun evidente riscontro dell'ineluttabile gravità della malattia che aveva colpito il bambino riuscisse a farci stare meglio. Avevamo perso una battaglia terribile, la morte aveva vinto sulla vita. Ma la vita non muore, forse innaffiata dal pianto della mamma e dei papà ed un nuovo fiore è venuto ad arricchire il loro giardino. Il destino ha deciso che fossi proprio io, che ero presente alla morte di Pietro, ad assistere alla nascita dei suo fratellino Eugenio, uno splendido neonato di quasi quattro chili di peso. La mamma ringraziandomi prima di andare a casa mi ha lasciato un messaggio in cui mi diceva "il dolore per la morte di Pietro è immenso ma, per la prima volta, intravedo un flebile raggio di luce". Queste riflessioni sono dedicate ad Eugenio, alla sua mamma e al suo papà.
Auguro a loro una vita felice insieme al ricordo indelebile di Pietro.
Ecco perché faccio il medico ... per quel flebile raggio di sole.

Dr.ssa M. Federica Roversi
Neonatologo



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