Giornalino
Riflessioni sull’ascolto:
Un insegnamento che viene da lontano
Avete mai provato a sfogliare un giornale di moda? Beh, che domanda, sicuramente sì. Ognuno di loro propone ricette miracolose per essere rilassati, sereni.
“Volete rilassarvi? Non vi resta che provare un soggiorno di una settimana in un fantastico albergo fatto di ghiaccio, dove potete ritrovare la vera atmosfera del Natale” - peccato che l’albergo in questione non sia proprio accessibile a tutte le tasche e si trovi un po’ troppo al Nord per chi è molto freddoloso. Esistono, in alternativa, ricette, come quelle della nonna, semplici, efficaci, che non impoveriscono il conto in banca, ma arricchiscono molto l’anima.
Avete mai provato a parlare con le persone, ad ascoltarle veramente. Mi viene in mente un vecchio racconto scolastico. “Racconta Socrate che il dio Theut, al quale l’ibis è sacro, viaggiò da Naucratis d’Egitto fino a Tebe egiziana per visitare il dio Ammone e presentargli, in qualità di dono, le proprie invenzioni e scoperte. Tra le molte altre cose, oltre ai numeri, il calcolo, la geometria e l’astronomia, un altro dono, Theut, aveva da offrire al re: l’alfabeto. I caratteri della scrittura, che aveva inventato, sarebbero stati, secondo quanto lui diceva, di grande aiuto agli uomini, perché avrebbero salvaguardato la loro memoria e accresciuto la loro sapienza.
Ma Ammone, accolse con diffidenza i doni, segnalando i pro e i contro di ognuno. Ma fu proprio all’alfabeto che egli riservò le sue critiche più aspre: quell’invenzione non avrebbe aiutato gli uomini, ma li avrebbe danneggiati. “Perché questa invenzione” disse “produrrà l’oblio nell’anima di coloro che ne acquisteranno conoscenza. Andranno piuttosto come smemorati, perché confidando nella scrittura cesseranno di esercitarsi a trattenere le cose nella mente, all’interno di se stessi, ma le lasceranno venire dal di fuori, le cose, attraverso dei segni estranei”. La parola, Ammone, la preferiva viva, come proveniente da un corpo presente, non affidata a dei segni estranei, manipolabili da chiunque. La parola pronunciata, venisse pure dalla quercia o dalla pietra, commenta Socrate, è una forma vivente. Le parole scritte tacciono, non si può sentire la voce che le ha pronunciate, non si può ascoltare il loro suono, la loro anima”. Probabilmente avevano ragione sia Socrate che Ammone a diffidare della scrittura: forse attraverso di essa l’uomo avrebbe perso la memoria, ma soprattutto l’abitudine all’ascolto. Ricordate gli indiani che mettevano l’orecchio per terra per captare i rumori, oppure ascoltavano attraverso la corteccia la voce degli alberi? Beh, oggi, non solo non mettiamo più l’orecchio sul tronco degli alberi, ma abbiamo disimparato ad ascoltare gli altri. Plutarco affermava, nel suo “L’arte di ascoltare”, che quando si ascolta “non solo sono sconvenienti l’arroganza di una fronte corrugata, la noia dipinta sul viso, lo sguardo che vaga qua e là, la posizione scomposta del corpo e le gambe accavallate, ma sono da censurare un cenno, un bisbiglio con un altro, lo sguardo fisso a terra e qualunque atteggiamento del genere”.
Nel nostro lavoro saper comunicare e saper ascoltare, è essenziale. In tutti questi anni ho imparato, dai genitori dei nostri piccoli pazienti e dalle persone con cui lavoro, quanto sia importante essere ascoltati ed ascoltare. A volte non pensiamo che una semplice parolina, un semplice gesto, un semplice grazie possa significare molto per la persona a cui è rivolto. Non voglio avere la presunzione che il mio grazie possa significare molto, ma credo che sia comunque importante. Voglio dire grazie ai genitori, al loro ricordarsi di noi, nei gesti di tutti i giorni, nella torta per fare merenda, nello gnocchino per fare colazione, nelle torte dei giovedì pomeriggio della mamma di Luna, nei dolci del Brasile della nonna di Daniele. Tanti piccoli gesti che ti fanno sentire parte della loro famiglia. Grazie ai nonni dei piccolini che oltre la vetrata sorridono e si asciugano le lacrime: sono quei sorrisi e quelle lacrime che ti fanno capire che la serenità, la felicità sono in queste piccole grandi cose. Grazie alle persone con cui lavoro, da ognuno di loro ho imparato qualcosa. Ho imparato quanto sia difficile lavorare in un contesto così pieno di sentimenti spesso contrastanti, dove la gioia per una dimissione si trasforma, in poche ore, nel dolore per una perdita. Quanta tensione può nascere in certi momenti in un reparto come il nostro! Nonostante tutto però, non dimenticherò facilmente il sorriso di Giulia che, a 16 anni, è tornata a salutare tutti quelli che si sono presi cura di lei all’inizio della sua grande avventura. Grazie soprattutto ai piccolini, che sanno farti dimenticare una giornata pesante, ma che ti fanno capire ancora una volta che “l’essenziale è invisibile agli occhi e che non si vede se non con il cuore”
Grazie.
Giovanna Cuomo
Coordinatore infermieristico